ROMA WHISKY FESTIVAL 2018



Il Salone delle Fontane dell'EUR, che ai primi di ottobre aveva ospitato Eurhop! Roma Beer Festival - Il Salone Internazionale della Birra Artigianale, è tornato alla ribalta tra il 3 e il 4 marzo per un evento concettualmente simile, ma con più edizioni alle spalle: il ROMA WHISKY FESTIVAL by SPIRIT OF SCOTLAND, giunto oramai al settimo appuntamento. E per quanto l'universo così coeso degli amanti del whisky possa apparire, per certi versi, più "elitario", l'atmosfera vivace e il notevole flusso di appassionati ci hanno positivamente colpito. Con la mia amica Michela, sebbene giunti entrambi in loco con una discreta passione per il whisky e in particolare per i torbati, si è deciso di rafforzare le basi di tale interesse partecipando a una delle valide iniziative gratuite organizzate all'interno dello spazio espositivo: lo stimolante seminario ribattezzato l'ABC del whisky.

E si è partiti veramente dall'ABC! Un giovane esperto del settore, non soltanto preparato ma anche spigliato e in possesso di buone doti comunicative, in circa mezz'ora ha condotto il piccolo gruppo di ospiti cui ci eravamo volentieri aggregati in un entusiasmante viaggio, arricchito alla fine dalla classica degustazione guidata, viaggio partito proprio dalle origini della pregiata bevanda alcolica (l'etimologia celtica del nome, la nascita che si ritiene sia avvenuta in Irlanda, il proliferare di distillerie nella Scozia della metà del 1700) per approdare poi alle ultime tendenze del mercato. Tante le "chicche" uscite fuori durante l'amena, stuzzicante lezioncina. E tanti i suggerimenti utili, per orientarsi in una galassia che specie negli ultimi anni, accanto alle consolidate tradizioni delle Isole Britanniche e del Nordamerica, ha visto salire prepotentemente alla ribalta brand originari dell'Estremo Oriente, dalla meno prelibata produzione taiwanese ai sorprendenti whisky indiani (non ci è ancora capitato di assaggiarli, ahinoi, ma in tanti ci hanno assicurato che possiedono sfiziosissime note speziate, coerentemente con la cultura d'appartenenza), per approdare poi alla novità più amata in assoluto: il whisky giapponese, con eccellenze come il Nikka, distilleria che nel giro di qualche decennio si è permessa di sfidare le più antiche realtà europee in termini di complessità del gusto e armonia.

Il passaggio dalla teoria alla pratica si è reso così necessario. Stuzzicati anche dalla degustazione, durante l'incontro, di un ottimo torbato scozzese, io e la mia accompagnatrice ci siamo però scontrati con un piccolo dramma: sopraggiunti impegni obbligavano entrambi a completare il giro della fiera in non più di un'ora e mezza. Starete forse pensando che il tempo a disposizione non fosse poi tanto ridotto, quantomeno sufficiente per inebriarsi un po'? Non avete idea allora di quanto sia ricca l'offerta del Roma Whisky Festival. Ci siamo fatti comunque guidare dalle curiosità del momento, da un legittimo desiderio di andare oltre i brand più conosciuti. E volendo anche da un (forse in)sano spirito patriottico: ritirati i gettoni d'ordinanza, il primo whisky da noi provato è stato l'italicissimo Puni, ossia l'unica distilleria italiana di whisky fondata nel 2010 e situata in Alto Adige. Oddio, delle tre varietà proposte ne abbiamo scelta una, leggermente torbata, che a dire il vero, coi suoi sentori un po' più delicati rispetto ai "cugini" delle Isole Britanniche con la loro secolare esperienza, non ci sarebbe neanche dispiaciuta, se non fosse per la quantità risicatissima versataci nel bicchiere. Postumi dell'era Monti o contraccolpi dell'approdo della Boschi proprio in quella regione? Insomma, senza scomodare la "crisi" e l'austerity, rispetto ad altri stand visitati successivamente i nostri compari altoatesini sono sembrati davvero un po' troppo parsimoniosi. E poi si sente continuamente ripetere che quelli tirchi sarebbero gli scozzesi, oh!

La nostra esperienza è andata comunque in crescendo. Complice il carattere opposto del bartender di turno, generoso tanto nel fornire spiegazioni che nel versare quei liquidi tanto agognati, il "virtuale" viaggio in Irlanda che ha fatto seguito alla contraddittoria tappa alpina ci ha letteralmente rapito: gli indipendenti della West Cork Distillery hanno dalla loro sia la qualità che la varietà, soprattutto. Presa dalla volontà di sperimentare, la nostra Michela si è deliziata con la rivisitazione di un'antichissima tradizione legata addirittura a San Patrizio, ritenuto secondo le leggende il papà dell'Irish Poitin. Trattasi nella fattispecie di quel Mad March Hare, dal gusto insolito e difficilmente classificabile, in ogni caso assai stimolante, il cui blending anche in epoche più vicine a noi si lega a storie affascinanti: come quella del contrabbandiere Michael Mooney, eroe popolare di qualche secolo fa. Quanto al sottoscritto, assaggiato per curiosità il Poitin (e ad ogni modo discretamente apprezzato), mi sono fatto invece tentare da un altro delizioso prodotto della West Cork Distillery, quel Single Malt "addolcito" nella parte finale dell'invecchiamento dal trasferimento in botti precedentemente utilizzate per il Rum. Il gusto che ne consegue è comunque intenso, ricco di sentori, dotato in più di una piacevole morbidezza e rotondità sul palato.

Come chiudere questa rapida ricognizione in una galassia che avrebbe tanto altro da offrire? Magari con un altro di quei paesi che non ti aspetti. L'Islanda. Nello stesso stand che serviva anche qualche prodotto giapponese abbiamo fatto conoscenza col Flóki, whisky per l'appunto islandese dal sentore vagamente salmastro, verrebbe da dire persino "muschioso", che sembra dirci parecchio del territorio di provenienza. Con la sua "eccentricità" rientra senz'altro tra quei gusti che possono deliziare o al contrario stomacare, a seconda della sensibilità personale. Nel nostro caso è però grande la voglia di incontrarlo di nuovo, appena ce ne sarà occasione, questo tipo aspro, solitario, che viene dalla terra del ghiaccio e del fuoco.

Stefano Coccia

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